| Scritto da Giustino Zulli,
08-03-2009 16:18
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Clara Zetkin e Rosa Luxemburg, due donne socialiste, sono state le prime a proporre, agli inizi del novecento del secolo scorso, di dedicare una giornata mondiale ai problemi dell’emancipazione femminile.
Nel 1910 a Copenhagen, durante una riunione internazionale delle donne socialiste, fu proposta l’istituzione di una giornata che parlasse delle donne, dei loro problemi, delle loro speranze, dei loro bisogni.
Fu scelta la data dell’8 marzo.
Perché questa data?
Le donne socialiste la proposero per ricordare un episodio che si sarebbe verificato in una fabbrica tessile americana (a New York, Chicago, Boston?) dove, nel corso di una lotta sindacale, 119 lavoratrici sarebbero rimaste uccise perché il padrone dello stabilimento, tale Mr Johnson, dette l’ordine di chiudere tutte le vie di fuga della fabbrica.
Ci fu un incendio e le lavoratrici morirono orrendamente, arse vive. A dire il vero, tra gli storici non c’è accordo su questi avvenimenti che molti tendono a ridimensionare.
Ma, al di là della veridicità o meno dell’episodio, tramandato oralmente in un momento di analfabetismo di massa e quindi suscettibile di qualche imprecisione, c’è da dire che da un secolo le donne, in occasione dell’8 marzo, festeggiano.
E lo fanno nei modi più diversi:partecipando a dibattiti, mostre, spettacoli teatrali, film e ad altre iniziative organizzate da partiti, sindacati, istituzioni pubbliche, movimenti femministi oppure riunendosi tra di loro in momenti conviviali, magari per parlare dei loro problemi di madri, mogli, lavoratrici fuori e dentro casa.
Negli ultimi anni, il potenziale rivoluzionario della festa internazionale della donna, è stato annacquato proprio da queste discutibili cene “tra sole donne” in una logica di contrapposizione al maschio che non porta da nessuna parte perché l’emancipazione della donna avverrà necessariamente solo alleandosi con i maschi più progressisti, senza anacronistiche e antistoriche separazioni di ruoli.
Le donne più sensibili colgono l’occasione per fare i bilanci degli avanzamenti nei posti di responsabilità che, diciamolo con forza, non sono ancora all’altezza dei tempi. Pur se le donne rappresentano, per dirla con il defunto rivoluzionario e leader cinese Mao Tse Tung “l’altra metà del cielo” sono purtroppo ancora pochissime quelle che hanno posti di prima responsabilità nei partiti, nel governo, nelle amministrazioni regionali, provinciali e comunali, nelle stesse aziende private dove si accede ai vertici solo se figlie dei proprietari. Presidente della Repubblica, del Consiglio, di Camera e Senato sono tutti maschi come i segretari dei maggiori partiti, di governo come di opposizione.
Nei sindacati, tranne l’Ugl, i segretari sono tutti maschi. Lo stesso discorso vale per i Presidenti delle Regioni, Province e Comuni, dei Consigli di amministrazione di società pubbliche e private dove le donne sono pochissime e credo che le cose non possano andare avanti ancora così a lungo. Le donne hanno sempre svolto e svolgono ancora un grande ruolo in tutte le fasi della società:per natura, quello importantissimo della riproduzione della specie e chi lavora fa, generalmente, il doppio e triplo lavoro, a casa e fuori.
Pur facendo gli stessi orari e svolgendo le stesse mansioni, nelle aziende e negli uffici, generalmente sono pagate di meno, frutto di un’odiosa discriminazione che, purtroppo,continua nonostante tutti i proclami.
Alle donne italiane, poi, il Governo vuole fare un altro regalo:quello della parificazione dell’età pensionabile per le lavoratrici del pubblico impiego in ottemperanza, si dice, ad una direttiva europea. Peccato che altre direttive europee, a vantaggio di chi lavora e paga le tasse, non vengono mai adottare. Si veda, ad esempio, la tassazione sulle rendite finanziarie che in Europa sono mediamente del 20% e solo in Italia del 12%.
Se si parificasse la tassazione delle rendite, sarebbero possibili molti interventi, a partire dal dare un assegno di disoccupazione ai tanti giovani che saranno espulsi dai posti di lavorio per la gravissima crisi economica planetaria,l ancora pericolosamente sottovalutata dal nostro Presidente del Consiglio Ma, da quest’orecchio, il Governo non ci sente. Naturalmente, almeno da parte mia, non c’è alcun tabù a riguardo dell’età pensionabile.
Ritengo, però, che prima di parlare di parità che tuttavia dovrebbe restare, come è oggi, volontaria e che tuttavia dovrebbe essere approfondita proprio per la specificità femminile, bisognerebbe parificare le retribuzioni, carriere , responsabilità ecc.
Solo dopo aver fatto questi passi in vanti sul terreno della civiltà si potrà parlare di allungare l’attuale età pensionabile, sempre, però, su basi volontarie.
Anche su questi aspetti, comunque, si fa solo molta demagogia. Tutti sanno che, nella società attuale, travagliata da molti momenti di difficoltà, sono sempre le donne a pagare i prezzi più alti. Generalmente chi ha la fortuna di trovare un posto di lavoro a tempo indeterminato ha quasi sempre una trentina d’anni, se non di più.
Con l’attuale sistema pensionistico sarà molto difficile accapigliarsi, se non per pura ideologia, per un’età pensionabile che, di fatto, per le donne di questa generazione, già si avvicina ai 65 anni. Lo ripeto:senza inutili tabù e barricate, si prenda atto di questa nuova situazione e si capisca una volta per sempre che nessuna lavoratrice andrà in pensione in giovane età. Le donne che entrano nel mondo del lavoro a 15-16 anni sono un ricordo del secolo scorso e comunque erano ragazze che andavano a lavorare nelle aziende tessili. Oggi non è più così. Per effetto della scolarizzazione di massa, le ragazze, diplomate e anche laureate, entrano molto più tardi nel mondo del lavoro Andando in pensione prima di un congruo numero di anni, avrebbero pensioni misere. Quindi, secondo me, i ragionamenti che si stanno facendo in questi tempi, sono frutto di strumentali posizioni solo politiche. Si capisca questa elementare verità proprio in questo 8 marzo:sia veramente la giornata di festa internazionale della donna, non la giornata che parla delle donne ipocritamente. Per tanti motivi, le donne non meritano questo ulteriore affronto.
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