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TERRENI ASI
di G.Zulli

Abbiamo ripetutamente scritto, negli ultimi tempi, che il futuro della storica cartiera oggi facente parte della Burgo Group e ieri primo vero investimento industriale in Valpescara, è sempre più incerto al punto da far dichiarare ai rappresentanti sindacali aziendali che, se non ci saranno fatti nuovi, lo stabilimento potrà avere 2 o forse 3 anni di vita. E così, anche il futuro delle famiglie degli ultimi 295 dipendenti è appeso a un tenue filo. La Celdit di Madonna delle Piane ha iniziato la sua produzione nel 1939, dopo 4 anni di lavoro per essere costruita, “come fabbrica per cellulosa e non della carta - come ricorda Nino Buccione, segretario provinciale dei cartai Cgil- ma attraverso varie fasi che hanno portato la proprietà a passare tra molte mani, la cartiera ha avuto sempre un ruolo importante nel mercato della carta patinata senza legno per uso grafico di elevata qualità”.
Certamente, nel corso dei decenni che si sono succeduti dalla sua nascita, si sono verificate molte novità nel campo dell’informazione ( basti pensare al ruolo delle emittenti radiotelevisive pubbliche e private, internet ecc.) che hanno contribuito a creare difficoltà ad aziende di questo tipo ma il vero problema, per la Burgo come per tante altre aziende sorte in Valpescara- pomposamente definita “Vallata della rinascita” da una miope classe dirigente locale- è l’uso piratesco che è stato fatto del territorio.
Sono stati, infatti, assegnati decine di ettari di terreno ad imprenditori che, generalmente, non hanno rispettato gl’impegni occupazionali assunti nel momento dell’ assegnazione dei lotti e questa amara considerazione vale per quasi tutte le aziende della “Vallata del fallimento” come oggi dovrebbe essere chiamata la Valpescara.
Marvin-Gelber, Fa.Rad., Richard-Ginori, Fus.Ac., Generalsider, Protexa, Sacca, Generaltex sono solo alcuni nomi di aziende che avrebbero dovuto occupare diverse migliaia di lavoratori e per lungo tempo. Queste aziende, ai primi venti di crisi per produzioni a basso valore aggiunto come le camicie, i radiatori, le porcellane ecc. hanno chiuso i battenti, buttato in mezzo alla strada migliaia di famiglie, lucrato sui terreni che avevano generosamente avuto in dote.
I sindacati teatini, a dire il vero, hanno sollevato il problema della restituzione delle aree non utilizzate o sottoutilizzate a partire dall’inizio degli anni settanta, senza ottenere alcun risultato perché il Consorzio di sviluppo per l’area industriale, nonostante la rotazione di molti dirigenti e commissari, su questo specifico aspetto non ha saputo(?), voluto(?), potuto(?) dare risposte chiare e convincenti. L’opinione pubblica teatina oggi si sta giustamente appassionando sui conti del Teatro Marrucino.Si parla di alcune centinaia di migliaia, forse un milione di euro di disavanzo e staremo a vedere come finiranno le cose. Ma sarebbe meglio che si appassionasse un po’ di più sulla autentica rapina del territorio fatta da imprenditori senza tanti scrupoli che hanno saputo solo lucrare su rendite di posizione acquisendo terreni della collettività a prezzi giustamente irrisori per la nobiltà degli scopi iniziali e rivendendoli a prezzo di mercato- perché forniti di tutte le infrastrutturazioni necessarie fatte a spese della collettività teatina- dopo aver disatteso tutti gl’impegni occupazionali. Per stare solo all’ultima vicenda, la Burgo Group ha recentemente venduto lotti di terreno per la realizzazione del “Progetto Paglia” dai quali ha ricavato circa 10 milioni di euro, venti miliardi delle vecchie lire. Naturalmente, tutto si è svolto nel pieno rispetto delle leggi ma proprio questo è il punto: perché sono stati ceduti terreni per impiantare nuove fabbriche e nessuno ha mai posto una semplice clausola di restituzione, qualora gl’impegni assunti fossero stati disattesi? Sono, questi, interrogativi ai quali, naturalmente, attendiamo risposte chiare ma, soprattutto, convincenti.

Giustino Zulli

Articolo del 24 aprile 2007
 

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